PEDALA CHE TI PASSA

Ho deciso di scrivere dei racconti perché certi fatti non finiscano nel dimenticatoio. La realtà è varia, ma non può esser sbilanciata. La realtà è fatta di tante sfaccettature e non tutte devono esser necessariamente storie brutte. Eccomi quindi, tanto per variare, a raccontare una nuova avventura di uomo-sponsor. Ma questa volta farò parlare lui in prima persona perché testimone e attore diretto di quegli eventi.

Mi aspettavo l’euforia data dalle endorfine. Invece mi sono trovato con un dolore al fondoschiena e una sensazione di calore diffuso su tutto il corpo. L’applicazione per registrare tutti gli spostamenti mi aveva abbandonato. Ma non mi interessava mostrare agli altri quella che per me era una nuova impresa, anzi. Volevo solo tenerne traccia, per me, per futuro ricordo. Gli allenamenti invernali erano serviti e quell’ultimo giro ne era la prova. Eppure devo dire che non ero soddisfatto. Ero partito con aspettative maggiori. La certezza che avrei fatto meno fatica. Il modello di bici forse poi non mi ha aiutato. Ma con “forse” non si va molto distante per cui mi limiterò ora a raccontare i fatti per come sono accaduti.

Solitamente pedalo con “Lilly” soprannome che ho affibbiato a una vecchia Olmo da corsa.Ero con lei che mi immaginavo di fare la prima salita, la più impegnativa. Invece mi è toccata in sorte la mia vecchia mountain bike. Ottimi rapporti. Cambio che funziona alla perfezione, ma con un telaio un po’ piccolo vista la mia statura. Non fa niente. O così o restavo a casa.

Stavo dicendo, mi sono appena lasciato alle spalle la chiesa dell’Annunziata, e sto proseguendo su quella ch’è la strada principale per salire al castello di S. Salvatore. Scalo un po’ di marce. Ingrano i rapporti più agili, ma non arrivo a fondo scala. Pedalata dopo pedalata arrivo in cima. Riesco a non sfigurare non mettendo il piede a terra durante tutto il tragitto. Giunto sul punto più alto saluto chi incontro fermo a godersi il panorama e inizio quindi la discesa. Inizialmente è dolce, poi si fa sempre più ripida. Arrivo a un gruppo di persone intente ad accarezzare dei ciuchini. Lo supero divertito e torno a concentrarmi sulla strada. Inizia di nuovo la salita. Più tortuosa, ma più divertente. Pedalo e continuo a salire. Sorpasso silenzioso persone intente a parlare fra di loro. Così facendo arrivo a un bivio.

Prendo a sinistra nonostante la salita continui. Vengo superato da un cicloamatore vestito di tutto punto che procede al doppio della mia velocità nonostante la pendenza e nonostante la sua più avanzata età. Non fa niente. Lo saluto. Quello ricambia e procediamo ognuno per la propria strada. Sono ora sul punto più alto di Susegana. Il col della Tombola. Il paesaggio giù in valle si compone principalmente delle manifestazioni del veneto più produttivo. Vedo fabbriche a dismisura per cui torno a concentrarmi sulla discesa.

Affronto un tornante e a metà di quello successivo svolto a sinistra. Attraverso una breve salita fra gli ulivi arrivo a un gruppo di case. L’asfalto ha lasciato spazio al brecciolino e la strada si fa subito ripida e scoscesa. Le ruote cominciano a perdere d’aderenza e io mi devo spostare tutto a sinistra sull’erba se non voglio cadere. Continuo così fino a quando la discesa non diventa piana e regolare. Ora davanti a me c’è solo un rettilineo e io accelero la pedalata. La strada principale mi obbliga quasi a continuare dritto, ma io scelgo di fare una deviazione.

Taglio a sinistra per i prati. Mi lascio a destra una vasca per il recupero dell’acqua piovana. Sono sul punto di perdere l’equilibrio su di una radice per i piedi agganciati, ma supero l’ostacolo e mi reinserisco sulla strada principale. Ripercorro un tratto già fatto e raggiungo il bivio di prima. Questa volta vado a destra. Davanti a me c’è una nuova via. Più larga. Ma sempre di brecciolino perché sono ancora in campagna e la civiltà dell’asfalto qui non è ancora arrivata. Almeno per ora.

Continuo a pedale, raggiungo anche questa volta il punto più alto e scollino. Non pago, appena la discesa si fa più ripida, prima del cartello del paese, svolto a destra. Proseguo per pochi metri e si pone davanti a me una nuova scelta. Non ero mai andato a sinistra a quel bivio. Non ci penso troppo. Sono in esplorazione e sono senza regole. Proseguo di lì e attraversato un gruppo di case e da lì a poco torno sulla strada principale. Ricomincio a scendere di nuovo. Attraverso un incrocio e poi di nuovo una salita. Torno al punto di prima.

A quel bivio e giro a destra. Sarà un uomo intento a far legna con tanto di motosega a distogliermi un momento dal mio non pensare. Finisce l’asfalto e iniziano di nuovo i sassi. Strano a dirsi. Mi ricordavo quella strada difficile. Non tanto per il dislivello. Essa procede infatti piatta. Ma perché le ruote sprofondano in quella ghiaia fina. Ma oggi è diverso. La recente pioggia ha reso il terreno più fangoso e compatto. Arrivo quindi a una stazione di pompaggio del gas. Un nuovo regalo del progresso che per farci star meglio ci far vedere male perché fra me e quel bosco all’orizzonte c’è un complesso di tubi verdi che se anche non sta suonando, fa rumore lo stesso.

Mi lascio andare al pensiero di quando facevo quella strada da ragazzino. Anche allora c’era la stazione, ma c’erano meno divieti. Su quella strada se scavalcavi il cancello e tagliavi per il bosco, solitamente su strade di servizio, uscivi a valle del capitello di S. Antonio, sulla strada che porta a casa Schiavon. Oggi causa dabbenaggine di alcuni che fanno parte della mia categoria non è più possibile, o meglio non è più tollerato come lo era prima. Una frenata brusca mi riporta coi piedi sui pedali. Decido di lasciare stare il passato nostalgico e percorrere una vecchia nuova strada.

Al traliccio svolto quindi a destra e arrivato a casa Coste mi rimetto sulla strada principale. Qui è tutto asfaltato e posso cambiare andatura. Proseguendo avrei trovato una grande discesa con conseguente discesa. Sfrutto l’effetto volano e pedalo con più ritmo. Non è servito a molto. Sono pesante e non arrivo in cima. Mi alzo, sui pedali, sposto il baricentro e conquisto la cima. Da lì poi non sarà difficile. La pendenza è quasi costante, senza troppi strappi.

Proseguo. Alla mia destra trovo ora una sbarra. Solitamente non è alzata il che equivale per me a un invito. I cartelli legittimi o abusivi che siano vietano il passaggio. Ma io, nella mia testa, mi sono già fatto la giustificazione da dare in caso fossi stato fermato. Il fondo è un po’ bagnato. Ma basta evitare le buche e tenersi sui lati più battuti. Leggo le impronte per terra. Già altre bici erano state lì prima. Sopraggiunge un altro ciclista e lo saluto. Era l’altra metà, quella non vista di quello che mi aveva superato sul colle. Ritorno sulla strada. Si sta avvicinando una discesa ardua e scoscesa. In più c’è sempre l’incognita “cane” per quando dovrò passare fra quelle case. Tutto fila liscio. Continuo fino a quando raggiungo nuovamente la quota di partenza. Ma non sono ancora appagato. La giornata era splendida e mi sentivo bene. Ingrano una marcia più alta facendo scattare il deragliatore. Aumento il passo. Beh, per farla breve. Torno indietro, saluto il S. Antonio di cui ho parlato prima e arrivo a quella casa “Schiavon”. Foto di rito al paesaggio e poi giù di nuovo fino a dove ero partito.

Potevo considerarmi contento. Ero riuscito in un’unica uscita a percorrere tutti i tracciati che per il passato avevo fatto in più riprese in più giorni. L’emozione però verrà meno dal primo pomeriggio e non mi abbandonerà fino a sera inoltrata. Con tutta probabilità era terminata la mia dose di endorfine o che la bicicletta era davvero troppo piccola e avrei dovuto mettermi nell’ordine d’idee di prenderne una nuova. O mi sbagliavo?

P.S.: I fatti narrati si riferiscono ad eventi accaduti prima dell’entrata in vigore del DPCM 8 marzo 2020.

1 Comment

  1. @briciolanellatte Per natura sono curioso. Sono un gatto infatti. Ti chiedo quindi: hai dato una rapida occhiata a tutti gli articoli o hai letto solo quello che era in cima alla lista in quel momento? Se invece è una strategia like per like, ex do ut des perché io faccia lo stesso col tuo, vuol forse dire che la qualità del mio scritto è così scadente che dovrò leggere il tuo libro sulla scrittura creativa? Nessuna polemica. Non mi appartiene. Sono, appunto, solo curioso. Grazie

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