NON PENSARE, POTREBBE ESSER PERICOLOSO

Quanto è difficile dare il giusto peso alle cose. Oggi è l’ennesimo lunedì, ultimo di quelli noti, il primo dei nuovi indefiniti. Uomo-sponsor è particolarmente vivace. Complice il sole o il caffè, è pieno di energie e fin da subito, dalla prima mattina, si è messo a scrivere con fare concitato. Continua il periodo di quarantena e manca sempre di più un normale flusso di lavoro. Questo vuol dire che ora ha tempo per pensare. Il che non significa fare l’artista astratto. Le soluzioni devono sempre e comunque esser calate in un determinato contesto. Alza quindi il telefono e si mette a parlare a raffica con un collega. “Si, è fattibile, è da tempo che vorrei portare avanti questa idea” gli risponde quello, “ma ora non ho tempo da dedicarmi”, “se vuoi, pensaci tu”. L’effetto del caffè svanì subito. Quello del sole quasi. L’entusiasmo però non gli era passato del tutto. Si era reso conto per l’ennesima volta che era solo anche se stava in un gruppo. La rassegnazione era tale che tutti si limitavano a fare il proprio. I motivi? Chi voleva dormire la notte, chi fare il minimo di straordinari non pagati, chi non passare il tempo a farsi dire che aveva sbagliato… Una infinità di chi. Tutti a sostegno della tesi che era meglio non pensare. Pensare era pericoloso. Sovversivo. Poteva scombinare gli equilibri e mettere qualcuno al di fuori della propria zona di comfort. Inoltre fa perder tempo. E notoriamente il tempo è denaro. Poco importa che una situazione di questo tipo, dove si assiste a un atteggiamento di tipo autoritario, non crei alcun tipo di legame fra i lavoratori, anzi.

A poco servono quindi gite di gruppo, esperienze di vita collettiva, se poi non si lavora sulle dinamiche interne. Non c’è niente di peggio che l’amicizia imposta. Quindi, le situazioni sono due. O i lavoratori solidarizzano, a denti stretti, con l’autorità. Oppure manifestano un aperto dissenso. Inutile dire che in quel gruppo, ogni forma di obiezione, di pensiero, di riflessione veniva sempre e comunque messa a tacere. Salvo che non fosse in linea col pensiero dominante e uomo-sponsor stava avendo delle difficoltà a continuare il gioco. Cercare di fare quello che gli piaceva e contemporaneamente soddisfare anche uomo-ansia si stava rendendo sempre più difficile. Questo si che richiedeva una grande abilità strategica e di pensiero. Bisognava pensare a come non pensare.

Non è poi così facile spegnere i pensieri. Io che sono un gatto non sono ancora riuscito a trovare l’interruttore del mio cervello. Figurarsi un umano. Uomo-sponsor doveva stare poi molto attento a non far capire le sue reali intenzioni. Il lavoro non gli piaceva, ma se lo faceva andare bene perché anche lui, come me, ha il brutto vizio di dover mangiare almeno una volta al giorno. Aveva messo in atto il gioco della felicità. Provava a trarne gli aspetti positivi quali la possibilità di imparare cose nuove e che presto avrebbe avuto un contratto di lavoro serio. Mai convinzione fu più grande. L’idea di imparare cose nuove era andata scemando, perché fin da subito aveva capito le dinamiche interne. Restava viva la speranza per quanto riguardava la stabilità economica. Non aveva però fatto i conti col destino.

Una crisi epocale si stava per abbattere su tutti gli umani. Gli aspettavano mesi, se non anni difficili. Gli sarebbe stato chiesto un impegno diverso. E c’erano tutti i presupposti per non mollare quello straccio di lavoro. Ma non tutto era perduto. Io c’ero ancora, e vedendolo così afflitto, mi sono ancora di più impegnato nel frfrfr.

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