MEMO

E quel giorno arrivò. Oggi è il domani di ieri e come di consueto uomo-sponsor giunta la sua ora si alzò dal letto. E’ così abitudinario che si alza per forza ogni giorno alla stessa ora. O meglio ci prova. Ora che la distanza fra il domicilio e il posto di lavoro non si misura più in km ma in minuti, se la prende comoda. La sveglia suona sempre con anticipo, ma lui imperterrito fa a gara ad alzarsi all’ultimo. Segue poi una frugale colazione e via al suo tavolo dove si è costruito la sua postazione di lavoro. “Chissà quali saranno mai le novità di oggi?” sembra chiedersi guardando in automatico lo schermo che si sta accendendo. Le pareti di carta che trasudano rumori lo fanno per un momento compartecipe del rito quotidiano del wc del suo vicino, ma per fortuna lo schermo ora è acceso e la sua attenzione è di nuovo focalizzata. Eccogli comparire sullo schermo la scritta MEMO.

Uomo-ansia nella foga quotidiana, giusto perché nulla può sfuggire, gli ricorda che al suo ritorno deve fare l’ennesima prova a conferma che tutto va bene. Ora, io sono un gatto e le dinamiche degli uomini mi sono strane e avverse per natura, ma questa credo esca anche dalle loro capacità. In un ufficio tecnico dovrebbe regnare sovrano il metodo scientifico. Quando poi un fenomeno si verifica si fa di tutto per riprodurlo uguale a sé stesso in modo da spiegare come realmente è avvenuto. “Benissimo!” esclamò uomo-sponsor distogliendomi dai miei ragionamenti. Aveva infatti capito che sarebbe stata l’ennesima prova fatta a vuoto, giusto per quietare momentaneamente uomo-ansia.

Il metodo, a lungo intrapreso da quell’uomo tutt’altro che tranquillo era che una cosa può funzionare oggi, ma non necessariamente domani. Bastava chiunque entrasse in ufficio a dire che le cose non andavano bene e tutto veniva messo in discussione. Era come se uno tirasse un calcio contro il muro e poi si andasse ad analizzare perché il muro non si era rotto mentre il piede si. Il problema veniva sempre e comunque traslato e mai poteva essere l’uomo stesso. Infatti, per sicurezza uomo-ansia nell’escludere i propri simili escludeva anche sé stesso.

E come se me la sentissi, ecco che il mio uomo-sponsor fa ripartire l’ennesima mail della quale poi avrebbe dovuto pentirsi. Consapevole che, da operativo, standosene nel suo angolo di studio non avrebbe potuto fare molto, ma se non altro almeno provare a togliere il fogliettino memo dalla sua testa. Nell’ impeto scrive a un collaboratore esterno; l’uomo-smanettone. Tutto casa e bottega il che, in epoca di confinamento, a distanza, poteva ugualmente esser un’ottima risorsa al suo problema.

La tazza di uomo-sponsor oramai è vuota, non fa in tempo a tornare a riempirsela che uomo-ansia fa subito sentire la sua presenza chiamandolo. “Perché hai fatto così e non mi hai interpellato prima?” esordisce. Uomo-sponsor, con tutta la calma che la distanza gli concede risponde, provando ad articolare che l’isolamento non avrebbe aiutato ma sicuramente il facile accesso a una officina si. A differenza di quanto avrebbe potuto fare lui, continuando nel suo discorso, anche se a distanza, l’uomo-smanettone avrebbe aiutato a dissipare i dubbi. L’argomentazione però non convince. Viene tirata in ballo la politica, i giochi di ruolo e le opinioni pre-confezionate che è difficile far cambiare. Insomma un caos diplomatico che lui, uomo-ansia era riuscito a ristabilire alzando il telefono e ripristinando gli equilibri. Come al solito non aveva messo la zampa sopra quell’operazione e si era sentito scavalcato.

Per inciso. La vicenda si svolge la mattina, il pomeriggio uomo-sponsor viene raggiunto da un messaggio dell’uomo-smanettone. I test erano stati eseguiti e non c’erano più dubbi. Almeno per lui. Almeno per ora. Resta la rassegnazione di uomo-sponsor che una volta rientrato in ufficio dovrà ugualmente ripetere la prova. Io sornione rido di tutto ciò sotto i baffi. Rido perché tutti noi abbiamo i nostri contentini. I miei si chiamano croccantini, quelli di qualcun’altro “MEMO”.

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